Augustine Savarimuthu S.J.

augPadre Augustine Savarimuthu S.J. è nato nel 1953 a T. Sindalacherry, in India, nello stato federale di Tamil Nadu. È sacerdote gesuita da 32 anni. Si è dedicato all’insegnamento delle scienze umane, particolarmente nell’ambito della comunicazione e della psicologia sociale ed è venuto a Roma per insegnare queste discipline. Presso il Centro Interdisciplinare delle Comunicazioni Sociali (CICS) della Pontificia Università Gregoriana, di cui è stato anche direttore, ha tenuto un corso dal titolo “La Chiesa come la comunicazione”, e quando il centro si è unito alla Facoltà di Scienze Sociali è entrato nel corpo docente della facoltà.

“Mi piace molto predicare, annunciare la Buona Novella, specialmente annunciare Speranza, mi piace molto perché vedo nella gente una risposta. Per me questo è importante per affermare la nostra chiamata”

GLI STUDENTI DELLA FACOLTA’ INTERVISTANO P. SAVARIMUTHU SUL SUO LAVORO E LA SUA VITA A ROMA:

P. Savarimuthu, quali sono i suoi interessi professionali?
Io sono un sacerdote, non ho una professione o una carriera; siamo chiamati per predicare il vangelo: questa è una vocazione e questo rimane. Come gesuita mi sono dedicato sempre all’insegnamento, ma mi piace di più il lavoro pastorale e il contatto con la gente; in quanto agli interessi accademici sono preparato per l’insegnamento in teologia fondamentale: al centro della Teologia è il verbo di Dio, parola di Dio, comunicazione di Dio. Ogni anno durante l’estate torno nel mio Paese per insegnare teologia e omiletica, cioè l’arte e la teologia della predicazione.

Da quando è iniziato il suo interesse per la comunicazione e la psicologia sociale?
Quando ho fatto la tesi dottorale in comunicazione negli Stati Uniti ho scelto un argomento molto interessante, “Il suicidio negli adolescenti”, perché considero il suicidio come un grido di aiuto. Per questo studio ho associato agli strumenti propri della teologia quelli provenienti da altre discipline, come la psicologia e sociologia, e questo mi ha aiutato a capire meglio il fenomeno, in modo particolare negli adolescenti. Mi sono interessato, quindi, sia di psicologia sociale che di comunicazione, perché ritengo che un fenomeno complesso come quello del suicidio non possa essere spiegato completamente utilizzando esclusivamente concetti psicologici, oppure soltanto teorie sociologiche: per studiare un tema del genere bisogna impiegare contemporaneamente entrambe le discipline. Usare un unico approccio sarebbe stato, infatti, troppo limitativo perché credo che al centro della psicologia sociale ci sia la comunicazione, infatti il vero problema del suicidio è nella relazione interpersonale. Per me il suicidio è un sintomo, non necessariamente una malattia; è come un termometro che ci aiuta a comprendere qual è il livello di legame sociale esistente. La psicologia sociale mi permetteva di aiutare le persone che sono in questa crisi dal punto di vista del consiglio pastorale.

Cosa si aspetta da questa formazione rivolta agli studenti delle scienze sociali?
Secondo me, qui all’università, abbiamo una sociologia molto particolare, questa non è sociologia pura, ma una sociologia dal punto di vista della chiesa, della religione. Tenta di capire il mondo dal punto di vista della nostra fede e allo stesso tempo di arricchire la nostra fede usando tutti i concetti delle scienze sociali. Abbiamo tante cose da offrire agli altri, e anche gli altri possono aiutarci per il nostro sviluppo. I nostri studenti devono avere questa prospettiva di visione della fede; la nostra non è solamente una fede pietistica, a livello solo spirituale, invece è una fede molto concreta, una fede che può aiutarci a capire il nostro mondo, e che, allo stesso tempo, può essere arricchita; uno aiuta l’altro per capire meglio.

Abbiamo parlato dei suoi interessi accademici e pastorali. C’è qualche altra cosa che l’appassiona?
Mi piace molto predicare davanti alla gente e annunciare la Buona Novella, specialmente annunciare speranza. Mi piace molto perché vedo nella gente una risposta. Per me per questo è importante per affermare la nostra chiamata. Ho un’altra passione, mi piace molto dipingere in acquarello, insegno a farlo ed è per me un lavoro pastorale. Quando facevo il dottorato non avevo tempo, guardavo sempre alla tv come farlo e avevo talento, ma non tanto tempo. Dopo la mia difesa ho iniziato a dipingere e non ho più smesso: è una cosa che mi viene naturale fare. Ogni anno, infatti, faccio una mostra negli Stati Uniti e tutto il ricavato della vendita dei dipinti è destinato ad aiutare le suore che si occupano dei poveri.